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L'abuso sessuale sui minori
All'inizio del Novecento pedagogia, psicologia e sociologia cominciarono a porsi il problema dell'infanzia e dei suoi bisogni. Al bambino furono riconosciuti esigenze e bisogni affettivi e psicologici, fu affermato che i diritti dei minori devono essere tutelati non solo dai genitori, ma da tutta la società. In quest'ottica, nel 1925 fu approvata a Ginevra la Dichiarazione dei diritti del fanciullo, in cui è affermato che il minore deve essere posto in condizione di svilupparsi in maniera normale sia sul piano fisico che spirituale, che i bambini hanno il diritto di essere nutriti, curati, soccorsi e protetti da ogni forma di sfruttamento. In seguito, nel 1959, è stata proclamata dall'Assemblea generale dell'ONU la Carta dei diritti del fanciullo, nella quale è stato ribadito il diritto di nascita (con cure adeguate alla madre e al bambino nel periodo pre e post-natale), il diritto all'istruzione, al gioco o alle attività ricreative, la protezione dalle discriminazioni razziali o religiose e il poter vivere in un clima di comprensione e tolleranza. Tali obiettivi non sono stati ancora completamente raggiunti e nel gennaio 1986 il Parlamento europeo ha approvato una Risoluzione nella quale si ritrovano le stesse raccomandazioni del precedente documento, con una particolare attenzione al problema dell'abuso sull'infanzia e sulla necessità di protezione del minore. Il Consiglio d'Europa, nel gennaio 1990, ha espresso la necessità di misure preventive a sostegno delle famiglie in difficoltà e misure specifiche di informazione, di individuazione delle violenze, di aiuto e terapia a tutta la famiglia e di coordinamento tra i vari servizi.
Nella metà del XX secolo la professione medica ha iniziato ad essere coinvolta seriamente nel problema dell'abuso all'infanzia. Determinante è stato il contributo di Kempe che nel 1962 ha parlato di "sindrome del bambino battuto", precisando gli elementi clinici e radiologici utili alla diagnosi. L'autore si è soffermato sull'importanza dell'interrogatorio ai genitori, che sembrano avere una totale amnesia dell'episodio che li ha portati ad aggredire il proprio figlio. Successivamente un altro autore, Fontana (1964) che si è molto occupato del fenomeno, estese il concetto di maltrattamento alle condizioni di malnutrizione, di mancanza di cure familiari e al maltrattamento psicologico. Egli vide nel maltrattamento solo la punta emergente del fenomeno "abuso", ipotizzando che un bambino vittima di violenza può anche non presentare alcun segno di trauma fisico. Successivamente, ancora, Kempe suggerì di abbandonare la definizione di battered child e cambiarla in child abuse and neglect, concetto che esprime meglio gli aspetti del maltrattamento in tutta la loro estensione. Il fenomeno dell’abuso su minori è molto complesso ed articolato, difficilmente riducibile ad una sola definizione. Vengono indicati con tale termine comportamenti di varia natura che possono avere luogo in situazioni differenti. Ciò obbliga chi si accosta a questo tema a non cercare spiegazioni univoche, ma ad essere aperto a tale complessità. Come precisato in precedenza il “child sexual abuse”, cioè l’abuso sessuale su minori, è solo una delle forme di abuso e violenza di cui i bambini possono essere vittime.
Definire l’abuso sessuale
Non esiste una definizione univoca di abuso sessuale, infatti gli autori ne hanno formulate diverse, precisando e specificandone alcuni elementi. Secondo Montecchi (1994) per abuso sessuale si intende il coinvolgimento di soggetti immaturi e dipendenti in attività sessuali che presuppongono violenza, alle quali i minori non possono acconsentire con totale consapevolezza. Rientrano nell’abuso anche le attività sessuali realizzate in violazione dei tabù sociali sui ruoli familiari, pur con l’accettazione dei minori. Russel (1986) definisce come “abuso sessuale intrafamiliare” ogni tipo di contatto o tentato contatto, finalizzato allo sfruttamento sessuale che si verifica tra parenti, naturali o acquisiti, indipendentemente dalla distanza della relazione di parentela, prima che la vittima compia 18 anni. Ad avviso dell’autore, non sono da considerarsi abusi i contatti sessuali con parenti di età non superiore ai cinque anni di quella del minore, qualora quest’ultimo vi abbia acconsentito o li abbia ricercati. Bendixen (1994) amplia la visione dei comportamenti di abuso, facendo rientrare in questa categoria ogni tipo di contatto o di tentato contatto sessuale (compreso l’esibizionismo e le proposte oscene), compiuto da un adulto nei confronti di un minore e, inoltre, ogni tipo di contatto sessuale nei confronti di un adolescente (fino a 18 anni d’età) se di natura incestuosa oppure se accompagnato da costrizione e, ancora, ogni tipo di rapporto sessuale da parte di un adolescente nei confronti di un bambino o di un minore, nei confronti di un altro minore laddove esista una differenza minima di tre anni di età.
Lo studio del fenomeno dell'abuso sessuale in Italia
In Italia la prima denuncia dell'esistenza, anche nel nostro Paese, del fenomeno "maltrattamento" comparve nella letteratura clinica, nel 1962, in seguito alle ricerche compiute da Rezza e De Caro. Queste prime ricerche vennero guardate con sospetto e ironia e si cercò di circoscrivere il problema dell'abuso e della violenza sui bambini al mondo anglosassone, come se la nostra società ne fosse stata immune. D'altra parte, sebbene mancassero ricerche epidemiologiche sul tema e la letteratura italiana fosse quasi inesistente, i dati clinici confermavano l'esistenza di numerosi casi di violenza. Solo a partire dagli anni Ottanta i grandi mezzi di comunicazione hanno iniziato ad occuparsi ampiamente dei maltrattamenti all'infanzia e più in generale della violenza intrafamiliare. Secondo Francesco Montecchi (1994, pp 18-19), neuropsichiatra infantile: “Le ragioni di questo ritardo, significativo in Italia ma diffuso in tutti i paesi mediterranei, sono certamente molteplici e vanno dal carattere tradizionalmente "chiuso", proprio della struttura familiare, alla diffusa riluttanza e difesa sociale ad ammettere l'esistenza di un fenomeno riprovevole ed imbarazzante. Ancora più difficile risultava poi accettare che si trovassero dei bambini maltrattati non solo in seno a famiglie con cattive condizioni socio-economiche, o con problemi di etilismo o patologie psichiatriche, ma anche in famiglie le cui condizioni sociali, strutture coniugali e comportamenti esterni apparivano normali, o addirittura benestanti”. Il problema è stato circoscritto in un primo momento soprattutto agli Istituti per l'Infanzia, sollecitando inchieste e rilevazioni; in seguito venne studiato in una prospettiva sociologica, sottolineando il sovraccarico di richieste e compiti che gravano sulla famiglia. Dopo i primi contributi scientifici ed alcuni fatti di cronaca, in molte parti d'Italia, si formarono varie Associazioni, volte a prevenire il fenomeno dell'abuso sessuale sui minori, che furono molto attive nell'organizzazione di convegni e nel cercare di creare i primi contatti tra i vari operatori del settore. Da tali convegni emerse poi la necessità di chiarire il significato del concetto "abuso sessuale".
La violenza sui minori e le sue tipologie
La classificazione della violenza, considerata dagli esperti quella più completa tra le varie esistenti, è stata proposta da Francesco Montecchi (1996), il quale ritiene che "pur nell'artificiosità degli schemi e delle classificazioni, queste ci permettono di discriminare e riconoscere il fenomeno per poterlo prevenire e curare, nonché per poter promuovere e difendere la nuova cultura dell'infanzia, e offrire una più vasta capacità di attenzione ai problemi e alle esigenze più profonde dell'anima infantile da parte delle varie categorie di professionisti che si occupano di famiglia e di bambini".
- Maltrattamento:
- fisico: è la forma più manifesta e facilmente riconoscibile;
- psicologico: è forse l'abuso più difficile ad essere individuato, se non quando ha già determinato gli effetti devastanti sullo sviluppo della personalità del bambino; in notevole incremento negli ultimi anni con lo stile di vita della società consumistica e materialistica e la crisi della famiglia.
- Patologia della fornitura di cure. Un tempo identificata nella incuria, in realtà viene individuata non solo nella carenza di cure, ma anche nella inadeguatezza delle cure fisiche e psicologiche offerte, considerandole sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Si possono distinguere le seguenti forme :
- incuria: cioè la carenza di cure fornite (la cosiddetta violenza per omissione);
- discuria: quando le cure, seppur fornite, sono distorte ed inadeguate se rapportate al momento evolutivo del bambino;
- ipercura: quando viene offerto, in modo patologico, un eccesso di cure. In questo gruppo è compresa la sindrome di Münchhausen per procura, il medical shopping e il chemical abuse.
- Abuso sessuale. Tale forma di abuso è onnicomprensiva di tutte le pratiche sessuali manifeste o mascherate a cui vengono sottoposti i minori e comprende :
- abuso sessuale intrafamiliare: Non riguarda solo quello comunemente considerato tra padri o conviventi e figlie femmine, ma anche quello tra madri o padri e figli maschi, nonché forme mascherate in inconsuete pratiche igieniche; è attuato da membri della famiglia nucleare (genitori, compresi quelli adottivi e affidatari, patrigni, conviventi, fratelli) o da membri della famiglia allargata (nonni, zii, cugini ecc.; amici stretti della famiglia);
- abuso sessuale extrafamiliare: Interessa indifferentemente maschi e femmine e riconosce spesso una condizione di trascuratezza intrafamiliare che porta il bambino ad aderire alle attenzioni affettive che trova al di fuori della famiglia; è attuato, di solito, da persone conosciute dal minore (vicini di casa, conoscenti ecc.).
A questa classificazione si può aggiungere una distinzione ancora più ampia :
- abuso istituzionale, quando gli autori sono maestri, bidelli, educatori, assistenti di comunità, allenatori, medici, infermieri, religiosi, ecc., cioè tutti coloro ai quali i minori vengono affidati per ragioni di cura, custodia, educazione, gestione del tempo libero, all'interno delle diverse istituzioni e organizzazioni;
- abuso da parte di persone sconosciute (i cosiddetti "abusi di strada");
- sfruttamento sessuale a fini di lucro: da parte di singoli o di gruppi criminali organizzati(quali le organizzazioni per la produzione di materiale pornografico, per lo sfruttamento della prostituzione, agenzie per il turismo sessuale);
- violenza da parte di gruppi organizzati(sette, gruppi di pedofili, ecc.).
Non è affatto infrequente che vengano attuate da parte di più soggetti forme plurime di abuso (ad esempio, abuso intrafamiliare e contemporaneo sfruttamento sessuale a fini di lucro; abuso da parte di adulti della famiglia e di conoscenti, ecc.).
Le radici della violenza
I cosiddetti "rischi o fattori di violenza" (soprattutto familiare) sono stati individuati utilizzando il "modello ecologico di Bronfenbrenner" (E. Rotriquenz, 2000), secondo quattro livelli di analisi:
- le caratteristiche individuali;
- il contesto sociale immediato;
- il contesto ambientale più ampio;
- il contesto sociale e culturale.
Riguardo alle caratteristiche individuali, il basso livello di autostima, lo scarso controllo dell'impulso, l'affettività negativa e l'eccessiva risposta allo stress sicuramente aumentano la probabilità che un individuo possa divenire perpetratore di violenza familiare. Anche la dipendenza da alcool e droghe gioca un ruolo importante sia come fattore di rischio sia come elemento predisponente alla violenza. In relazione al contesto sociale immediato, le caratteristiche del sistema familiare hanno importanti implicazioni per l'eziologia o l'esercizio della violenza intrafamiliare: a questo proposito occorre citare la struttura e la dimensione della famiglia ed anche eventi "paranormativi", come la perdita di un lavoro o la morte di un familiare. Alcuni autori hanno rilevato che le famiglie che abusano dei loro figli sono spesso caratterizzate da un maggior numero di eventi stressanti, anche se ciò non vuol dire che tutte le famiglie colpite da tali eventi abusino dei loro figli. Tuttavia, laddove ciò accade, pare che gli abusanti siano più aggressivi e ansiosi dei non abusanti. In riferimento al contesto ambientale più vasto, la violenza intrafamiliare è legata anche alle caratteristiche della comunità in cui la famiglia è collocata, come la povertà, l'assenza di servizi per la famiglia, l'isolamento e la mancanza di coesione sociale. Inoltre alti livelli di disoccupazione, abitazioni inadeguate e violenza nella comunità contribuiscono ad aumentare il rischio. Considerando che certamente non tutte le famiglie povere abusano dei propri figli, varie ricerche hanno sottolineato che la principale differenza tra famiglie povere che abusano dei figli e quelle che non abusano consiste nel grado di coesione sociale e di assistenza reciproca trovata nelle loro comunità. Altre ricerche successivamente hanno dimostrato che le famiglie abusanti socializzano meno con i propri vicini di casa rispetto alle famiglie non abusanti. Infine, la ricerca ha dimostrato che esiste uno specifico contesto sociale e culturale della violenza intrafamiliare. Si ritiene, infatti, che tale tipo di violenza sia compiuta attraverso precisi valori culturali: basti pensare all'uso della punizione fisica nella privacy familiare. A parte queste diverse tesi, si può sicuramente affermare che l'abuso può compromettere le normali tappe dello sviluppo del bambino come la formazione del legame di attaccamento, la regolazione affettiva, lo sviluppo dell'autostima e le relazioni con i coetanei. In particolare persistono, anche nell'età adulta, disturbi relazionali rappresentati da sentimenti di paura e di ostilità nei confronti delle figure parentali e reazioni di forte diffidenza nei confronti di altri adulti e dei partners; inoltre si rilevano varie disfunzioni del comportamento sessuale, tendenza alla prostituzione, alla tossicodipendenza e all'alcoolismo e tutto questo può costituire una predisposizione per compiere violenza sui propri figli, ma ciò non è detto che avvenga. Secondo Di Blasio P. (1997), ogni agente causale, sia se considerato isolatamente, sia in associazione con altri, può essere responsabile solo di una parte dell'evento di violenza realizzatosi. Infatti è stato osservato che molte persone (anche minori) presentano la capacità di mantenere un discreto adattamento anche in condizioni di vita particolarmente sfavorevoli: questo perché, magari, i fattori di rischio che esistono nella loro condizione di vita, sono neutralizzati - o comunque affievoliti - dai cosiddetti "fattori protettivi" (ad esempio la relazione soddisfacente con almeno un componente della famiglia).
1.6 Alcuni dati
In Italia, in particolare – come Telefono Azzurro denuncia da anni –, la quota di “sommerso” relativa al fenomeno è allarmante. Rispetto a stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio ed una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica,i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale; mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini. Sui 6.623 casi segnalati alle linee di ascolto di Telefono Azzurro tra il 1° gennaio 2008 e il 15 marzo 2010, quelli relativi ad abusi sessuali sono stati 269 (il 4%). Si tratta di segnalazioni provenienti soprattutto da Lombardia, Lazio e Veneto (30%). Per quanto riguarda le forme di abuso segnalate, si tratta soprattutto di “toccamenti” (136 casi). Preoccupante il numero, comunque elevato, di bambini vittime di atti di penetrazione (41 casi) e fellatio (19 casi). In 36 casi il bambino è stato esposto ad episodi di esibizionismo, ad atti sessuali o a materiale pornografico; in 32 casi ha ricevuto proposte verbali. Molto numerosi (88) sono però i casi di abusi sessuali in cui chi ha fatto la denuncia non riesce a definire l’atto, ma sono presenti comunque segni fisici o comportamentali che fanno sorgere sospetti di abuso. Rientrano in questa categoria (“altro abuso sessuale”) anche toccamenti in zone non genitali avvenuti con modalità equivoche, baci sulla bocca o sul collo, costrizioni a spogliarsi, oltre a casi di adescamento on-line. (Fonte: Telefono Azzurro, 2010). Sono soprattutto le bambine e le adolescenti le principali vittime di abusi sessuali (il 66% dei casi circa), in linea con i dati disponibili a livello internazionale. È tuttavia degno di nota il fatto che una segnalazione su tre riguardi minorenni maschi (89 casi, ovvero il 33,8%) a conferma che anche bambini e adolescenti maschi sono significativamente coinvolti in atti di abuso sessuale, soprattutto se in età inferiore agli 11 anni. Le vittime di abuso sessuale segnalate a Telefono Azzurro hanno infatti generalmente un’età inferiore agli 11 anni (57,6%). (Fonte: Telefono Azzurro, 2010)
Su 255 casi da Gennaio 2008 – Marzo 2010 le femmine subiscono in misura maggiore toccamenti (87 casi femmine vs. 46 maschi) e abusi con penetrazione (29 femmine vs 12 maschi). Più spesso dei maschi, inoltre, ricevono proposte sessuali di tipo verbale (24 casi). I maschi sembrano essere più spesso costretti ad assistere ad atti sessuali (10 casi) oltre che a penetrazioni anali (11 casi). Nel 90,3% dei casi le vittime degli abusi sono stati minori italiani; nel restante 9,7% si tratta invece di bambini e adolescenti stranieri, provenienti principalmente da Paesi dell’Est. I dati raccolti da Telefono Azzurro smentiscono il luogo comune secondo il quale il pedofilo è quasi sempre un estraneo. Nella maggior parte dei casi infatti gli abusi sessuali sono commessi da persone appartenenti al nucleo familiare: padri, madri, noni, fratelli/sorelle, nuovi conviventi/coniugi e altri parenti. Se solo l’11% circa riguarda soggetti estranei, negli altri casi si tratta di soggetti esterni alla famiglia ma comunque conosciuti: tra questi, spiccano gli amici di famiglia (12,9%) e gli insegnanti (9% circa), i vicini di casa (4,7%). L’1,2% delle segnalazioni riguarda figure religiose. A questo proposito, visto anche il clamore suscitato dagli organi di stampa attorno ai numerosi casi di pedofilia recentemente denunciati e che avrebbero come protagonisti membri della Chiesa, è opportuno ricordare che la diffusione del fenomeno tra le figure religiose pur nella sua specificità, non è certo unico. La questione riguarda, in generale, l’incidenza del fenomeno all’interno di tutte le categorie professionali che lavorano a stretto contatto con i bambini (insegnanti ed educatori ad esempio risultano tra i presunti responsabili nel’8,8% dei casi) (Fonte: Telefono Azzurro, 2010) .
Riguardo al Presunto responsabile (Informazione rilevata su 170 casi) Gennaio 2008 – Marzo 2010 un altro dato interessante è quello relativo alle donne autrici di abusi sessuali che riguardano il 12.2% di segnalazioni (21 casi). Il ruolo di queste donne va da un abuso attivo e cercato, per motivi di piacere o di denaro, a un abuso per così dire assistito, compiuto da altri che generalmente sono i compagni, e taciuto, nascosto, a volte addirittura facilitato. Non certo meno grave, almeno secondo il nostro codice penale, che all’articolo 40 secondo comma afferma: “non impedire un evento equivale a cagionarlo”.
Nelle situazioni di abuso che coinvolgono minori stranieri, gli autori sono spesso appartenenti alla famiglia, persone di cui i genitori si fidano (amico “sincero” dei genitori, lontano cugino o parente, connazionale ospitato, nuovi partner dei genitori), persone con cui il minore passa buona parte del suo tempo. (Fonte: Telefono Azzurro, 2010)
La hotline di Telefono Azzurro nata per consentire a chi naviga in Internet di segnalare i contenuti pedopornografici o potenzialmente pericolosi per bambini e adolescenti, nel periodo compreso tra il 1° luglio 2007 e il 28 febbraio 2010 ha accolto complessivamente 4.124 segnalazioni relative a contenuti illegali e dannosi per bambini ed adolescenti presenti in Internet. Rispetto allo specifico “ambiente” della Rete di volta in volta interessato, emerge che la percentuale più elevata di segnalazioni, quasi la totalità del campione, si riferisce a siti web (86,5%); sono rilevanti però anche i valori riconducibili all’attività di file sharing (6,4%), alle chat (4%) e alle e mail (2%).
Osservando quindi le informazioni relative ai Paesi che ospitano i server con i materiali illegali e dannosi segnalati , spicca la prevalenza degli Stati Uniti cui si riferisce la metà delle segnalazioni ricevute nel periodo di riferimento (51,6%); sebbene con valori molto più ridimensionati l’Italia occupa la terza posizione con il 4,8%.
1.7 Gli indicatori di abuso sessuale
Per quanto riguarda le conseguenze dell’abuso sui bambini i clinici sanno che in questo caso non esiste un set di sintomi sempre collegati tra loro, indice di avvenuto abuso. Esistono però, degli indici considerati delle spie più attendibili di tale fenomeno. Ognuno di essi, preso singolarmente, non è sufficiente, ma se collegato ad altri dati di osservazione, può segnalare un disagio nel bambino, secondario a questo tipo di esperienze.
Per quanto riguarda gli indicatori si può distinguere tra indicatori generici ed indicatori specifici. Nel primo gruppo rientra l’insorgenza di difficoltà scolastiche: avviene frequentemente che il profitto scolastico o la socialità del bambino in classe cambino, in maniera apparentemente immotivata. Altre manifestazioni possono essere atteggiamenti depressivi o legati ad iperattività che evidenziano un disagio del bambino. In tal caso è bene approfondire quale sia l’origine di tale disagio. Questi sono, infatti, indici generali che non implicano strettamente come motivazione un’esperienza di abuso. Altri indici più specifici sono la presenza di comportamenti sessualizzati, una conoscenza della sessualità inappropriata per l’età del bambino, sintomi evidenti di un rapporto alterato con il proprio corpo, quali ad esempio, il rifiuto dell’attività motoria a scuola, l’insorgenza di disturbi alimentari, molto spesso correlati a tali esperienze, le fobie sessuali o, al contrario la presenza di fantasie sessuali ricorrenti. Altri comportamenti che è possibile rilevare sono l’eccessiva masturbazione rispetto al livello di sviluppo del bambino, la promiscuità sessuale intesa come relazioni sessuali frequenti e perseveranti con coetanei o infine, come già accennato, l’abuso sessuale in danno di altri.
Dott.ssa Pina Annunziata
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