You are hereI modelli teorici del comportamento abusante

I modelli teorici del comportamento abusante


Le conseguenze delle difficoltà, da parte dei ricercatori, nel definire all'unanimità la pedofilia emergono bruscamente anche nel campo della ricerca delle cause di tale fenomeno. La pedofilia rientra nella generica classificazione delle parafilie e l'eziologia di quest’ultime rimane a tutt’oggi intrisa di mistero. Nonostante alcuni studi abbiano suggerito che i fattori biologici contribuiscono alla patogenesi delle perversioni, i dati sono lungi dall’essere definitivi (Gabbard, 1994).

Una delle principali difficoltà che ha sempre accompagnato ogni tipo di ricerca scientifica è quella di doversi confrontare con il pensiero, l'ideologia e gli stereotipi di un determinato periodo storico. Se il tema dell’indagine scientifica è, poi, legato alla sessualità, la pressione esercitata dai suddetti agenti diventa ancora più evidente, impedendo il realizzarsi di una ricerca totalmente imparziale ed oggettiva.

Soprattutto nella pedofilia emerge la tendenza morale a spostare il focus della ricerca sulla vittima, vista come simbolo di innocenza. tralasciando, più o meno consapevolmente, lo studio dell’abusatore, considerato a priori un “mostro” irrecuperabile. Molte sono le teorie. Tutt’oggi impiegate in diversi ambiti per spiegare il fenomeno pedofilia. Si tratta di teorie spesso in contrasto tra di loro o volte ad indagare la pedofilia da angolazioni molto diverse. I modelli più frequentemente impiegati nelle recenti ricerche affrontano lo studio della pedofilia secondo un’ottica psichiatrica, biologica, psicoanalitica, cognitiva, di apprendimento sessuale o come insieme di precondizioni.

I classici sessuologi attribuivano alle perversioni sessuali una tara costituzionale di tipo degenerativo (Moll, 1912; Wyrsch. 1961), considerandole delle sindromi psicopatologiche caratterizzate da alterazioni qualitative dell'istinto sessuale. Attualmente tale teoria è stata ripresa da alcuni autori, quantomeno nella sua forma mista di tara costituzionale e disturbo psicologico (Costanzo,1996).

L’approccio medico-biologico più recente ritiene che il comportamento abusivo sia da imputarsi ad anomalie fisiologiche presenti nell'abusante e riguardanti la produzione e il controllo di alcuni ormoni sessuali. In particolare, in alcuni soggetti si riscontrano alterazioni psiconeuroendocrinologiche a carico dell'asse "ipotalamo-ipofisi-gonadi" a causa delle quali l'attività del testosterone appare fortemente ed abnormemente aumentata, anche fino a dieci volte la norma (Bruno, 1999).

Alcuni studiosi (King, Flor-Henry e Prenzel, 1990) hanno esaminato i profili ormonali sessuali di gruppi di pedofili e di incestuosi, confrontandoli con quelli dei gruppi di controllo. per verificare l'ipotesi di una presenza, nei soggetti parafiliaci, di anomalie biologiche. L’esame dei dati ha messo in luce la presenza di differenze nei valori medi di prolattina, cortisolo e androsterone: tali ormoni mostravano livelli clinicamente anormali nel 9-20% dei pedofili e nel 20-44% degli incestuosi. Tali risultati non hanno però permesso di trarre delle conclusioni certe circa l'ipotesi di partenza; infatti le differenze riscontrate possono essere imputabili allo stress conseguente l’arresto e il procedimento penale; inoltre, data la reciproca influenza tra eventi psicologici e sistema ormonale, è difficile determinare quale sia la direzione di un`eventuale relazione causale. Altri ricercatori si sono interessati alle caratteristiche neuropsicologiche dei pedofili. Flor-Henry et al. (l99l) hanno misurato l'attività delle onde cerebrali di un gruppo di pedofili (classificati in pedofili, ebefili ed incestuosi) e di un gruppo di controllo. Essi hanno riscontrato che i pedofili differivano dal gruppo di controllo sotto il profilo della potenza e della coerenza dei tracciati del loro encefalogramma, mentre tra gli incestuosi e il gruppo di controllo c'erano deboli differenze. Secondo questi autori la pedofilia può essere attribuita ad una patologia dell'emisfero dominante, patologia che determinerebbe i pensieri sessuali devianti. Tali risultati, comunque. non hanno ricevuto conferme da altre ricerche (Howitt, 1995).

Alcuni studiosi, partendo dall'analisi delle caratteristiche demografiche dei soggetti parafiliaci hanno ipotizzato la presenza di fattori eziologici biologici alla base del comportamento pedofilo. In particolare, Bogaert et al., (1997) hanno studiato l'ordine di nascita in un campione di pedofili che comprendeva pedofili eterosessuali, pedofili omosessuali e pedofili bisessuali. I risultati sono stati paragonati con quelli ottenuti da ricerche che hanno preso in considerazione l'ordine di nascita di uomini omosessuali e di uomini eterosessuali. I ricercatori hanno scoperto che i pedofili omosessuali e bisessuali hanno un più tardivo ordine di nascita trai i fratelli rispetto ai pedofili eterosessuali, analogamente agli uomini omosessuali che manifestano un più tardivo ordine di nascita tra i fratelli rispetto agli uomini eterosessuali (Blanchatd e Bogaert. l996, 1998). Le teorie avanzate per spiegare il tardivo ordine di nascita tra i fratelli negli uomini omosessuali potrebbero a questo punto essere proposte per spiegare i risultati ottenuti nel gruppo dei pedofili. Queste teorie (Blanehard e Bogaert, l996) ipotizzano che, alla base del legame tra omosessualità e tardivo ordine di nascita, vi sia una progressiva immunizzazione, in alcune madri, all'antigene H-Y provocata da ogni successivo feto maschio e un concomitante incremento degli effetti degli anticorpi H-Y sulla differenziazione sessuale del cervello in ogni successivo feto maschio. Gli autori sottolineano la necessità di studiare altre caratteristiche biologiche come le impronte digitali (Hall e Kimura, 1994), l'inizio della pubertà (Blanchatcl e Bogaert l996), l'altezza e il peso (Bogaert e Blanchard, 1996) che potrebbero essere utili per differenziare gli uomini con orientamento omosessuale da quelli con orientamento eterosessuale. I risultati potrebbero fornire, infatti, importanti notizie sulle origini della pedofilia, dato che, a quanto pare, gli studi sull'ordine di nascita sembrano dimostrare che i pedofili omosessuali e bisessuali sono più simili agli uomini omosessuali che ai pedofili eterosessuali: probabilmente, dunque, omosessualità e la pedofilia omo e bisessuale potrebbero condividere alcuni fattori eziologici.

4.2 Il modello evoluzionistico e socio-biologico

Secondo la prospettiva evoluzionistica alla base del comportamento pedofilo ci sarebbe una predisposizione genetica che interagisce con l'esperienza e il contesto di vita del soggetto (Feierman, 1994). La preferenza per persone molto più giovani rappresenterebbe una variazione biologica rispetto alla tendenza "normale" dei maschi adulti a preferire persone più giovani. I maschi vertebrati adulti infatti tendono ad essere attratti sessualmente da individui più femminei, più giovani ed in una posizione di sottomissione rispetto a sé, mentre le femmine adulte sono guidate, nella scelta del partner sessuale, dalle caratteristiche di mascolinità e dominanza e preferiscono, in genere, individui più vecchi. La salute ed un buon aspetto fisico costituiscono, poi, attributi importanti per entrambi i sessi (Daly e Wilson, 1984).

Poiché in tutti i processi biologici esistono delle variazioni attorno alle tendenze centrali, l'attrazione per individui prepuberi potrebbe essere interpretata come una variazione significativa rispetto alla media. Altri autori (Wikon e Cox, 1983) offrono una spiegazione socio-biologica: essi ritengono che l’inadeguatezza sociale sia il fattore che spinge i pedofili ad avere rapporti sessuali con i bambini.

Secondo questi autori, quindi, non c`è una diretta predisposizione genetica per la pedofilia in sé, bensì i pedofili erediterebbero un carattere remissivo e timido che li spingerebbe ad isolarsi e ad evitare la competizione con gli altri maschi. La mancanza di capacità relazionali porterebbe questi soggetti a dirottare il loro interesse sessuale nei confronti dei bambini sui quali possono avere un'ascendente sociale.

Tale teoria non riesce comunque a spiegare le cause del comportamento del “vero” pedofilo, il quale presenta un'attrazione esclusiva verso i bambini, senza interesse, a partire dall’infanzia, verso le donne adulte. Inoltre, la tesi dell'inadeguatezza sociale si scontra con l’evidente capacità di alcuni pedofili di infiltrarsi in famiglie di un solo genitore (Howitt, 1995).

5. Le teorie delle perversioni

5.1 Teorie psicoanalitiche

Secondo il modello psicoanalitico il parafilico è una persona che non ha completato il suo processo di sviluppo verso l'adattamento eterosessuale; la parafilia, dunque, esprimerebbe una “fissazione o regressione a forme di sessualità infantile che persistono nella vira adulta” (Fenìchel, 1945). Ciò che farebbe propendere per una parafilia anziché per un'altra sarebbe la strategia adottata dal soggetto per far fronte all’angoscia e all'ansia causata dalla minaccia di castrazione da parte del padre e di separazione dalla madre (Kaplan e Saclock. 1993). La mancata risoluzione della crisi edipica mediante l’identificazione con il padre-aggressore (per i maschi) o la madre-aggressore (per le femmine), provoca un'impropria identificazione con il genitore del sesso opposto o una scelta impropri: dell’oggetto da un punto di vista libidico (Gabbard. 1994).

Ricercatori psicoanalisti più recenti, comunque, hanno concluso che la sola teoria pulsionale è insufficiente a spiegare molte delle fantasie e comportamenti perversi che pervengono alla clinica e che, ad una lettura comprensiva, gli aspetti relazionali delle perversioni sono cruciali (Mitchell, l988).

In una sua opera Stoller (1975) scrive che: “nella perversione, l’ostilità prende la forma di una fantasia di vendetta celata nelle azioni che inducono la perversione e serve a convertire il trauma dell’infanzia nel trionfo dell’adulto (. . .) Una perversione è un modo adatto per rivivere il reale trauma sessuale storicamente sperimentato e nell’atto perverso il passato viene cancellato. Questa volta il trauma si trasforma in piacere in orgasmo, in vittoria”.

Nella perversione quindi il soggetto celebra il trionfo in cui il bambino, da vittima diviene vincitore. Già nel 1932 Ferenczi aveva affermato con chiarezza il carattere storico del trauma in disaccordo con Freud che invece, nel 1981, riteneva frutto della fantasia tutti i racconti di esperienze sessuali infantili riferiti dai suoi pazienti.

Resta da comprendere se tale eziologia delle perversioni è applicabile o meno alla pedofilia. Nonostante Freud, all’inizio della sua carriera, si sia imbattuto in frequenti azioni sessuali di tipo pedofilo, rimanendo colpito dai gravi effetti patogeni, nella letteratura psicoanalitica la pedofilia non è mai stata oggetto di grandi ricerche. A differenza delle altre perversioni, gli autori più importanti che fanno riferimento al modello pulsionale non menzionano mai la pedofilia.

Le ragioni di tali omissioni sono da imputare non solo alla scarsa presenza di pedofili nelle esperienze cliniche ma anche ad altri fattori tutt'altro che casuali. Si potrebbe affermare che la psicoanalisi, relativamente ai principi della sessualità, giustifichi la pedofilia. Della teoria generale di Freud sulla perversione (1927) Kernberg (l992) sottolinea la centralità dell'angoscia di castrazione. Sarebbe questa ad impedire al soggetto l`accesso alla sessualità genitale, favorendo una regressione ad una pulsione parziale. In effetti. la paura di castrazione può chiarire almeno in parte il comportamento del pedofilo che è cosi spaventato dall’incontro con una donna appartenente alla sua generazione da preferire il rapporto con una bambina o con un bambino, con il quale l'orgasmo è raggiungibile senza una obbligatoria penetrazione genitale (Roccia e Foti, 1994).

Da un punto di vista psicopatologico, perciò, il pedofilo non può avere una relazione sessuale soddisfacente se non con un bambino. Secondo Fenichel questo meccanismo è simile a quello clic si verifica nella omosessualità: i bambini, cioè, sono deboli ed è facile avvicinarli, mentre altri oggetti sono difficili da raggiungere a causa della angoscia che provocano. Spesso quest'amore per i bambini rappresenta una scelta oggettuale narcisistica. Il pedofilo, cioè, ama se stesso com’era da bambino e assume con i bambini comportamenti simili o diametralmente opposti a quelli che egli avrebbe desiderato che nella sua infanzia tenessero le sue ligure di riferimento. Il narcisismo, risultato della fissazione edipica, porta il pedofilo a identificarsi con la madre e a vedere se stesso nel bambino. Nella pratica clinica, infatti, si riscontra spesso che i pedofili sono vittime di una patologia narcisistica del carattere, ivi comprese delle varianti psicopatiche del disturbo narcisistico di personalità. Molti individui pedofili scelgono professioni nelle quali possono interagire con i bambini in quanto, le risposte idealizzanti di quest’ultimi, li aiutano a mantenere una immagine positiva di se stessi. Gli stessi pedofili idealizzano i bambini, l'attività sessuale con loro comporta fantasie di fusione o di ristrutturazione di un Sé giovane idealizzato, che permette di distanziare l’ansia relativa all’invecchiamento e alla morte.

Nella pedofilia un istinto buono si trasforma via via in un atteggiamento negativo e perverso. Per questo motivo la pedofilia sarebbe più una psicosi che una perversione. Come nella necrofilia, nella pedofilia ci sono aspirazioni regressive molto nei casi di maltrattamento infantile: il bambino, spinto dal forte legame che nutre per l'adulto, ha bisogno di idealizzare l'immagine di quest’ultimo. Un bambino maltrattato, quindi, può convincersi che i comportamenti perpetrati contro di lui costituiscano la giusta punizione alle sue colpe. Nell’ambito dell'abuso sessuale, ciò spingerebbe il bambino a ritenersi parte attiva anziché innocente, della molestia subita: una visione diversa dell’accaduto farebbe crollare l’idealizzazione che egli faticosamente si è costruito dell'adulto, facendo inoltre riemergere alla memoria l'angosciante passività con cui l'esperienza traumatica è stata vissuta. In maniera brillante, Crivillè (1990) fa scaturire da tali premesse la conclusione che, quanto più l'aggressione sessuale assume le sembianze dell'amore, tanto più il maltrattamento psichico è profondo. Esistono pochi studi sulla frequenza di abusi sessuali subiti nell'infanzia dai genitori che commettono abuso fisico e o sessuale sui loro figli. Molti casi descrivono la scoperta di una precedente esperienza di incesto in un genitore mentre si conduce l’inchiesta sull`accusa di incesto da parte del figlio. Malgrado ciò non è ancora chiara la frequenza di questa situazione Steele e collaboratori (1968) hanno constatato che quasi tutti i genitori che commettono abuso hanno una storia personale di deprivazione affettiva, negligenza e abuso fisico durante l’infanzia. Tra i genitori che commettono abusi una situazione del genere si riscontra più comunemente di qualunque altro fattore demografico (Goodwin. l985).

Oltre a molti referti in cui si descrivono famiglie incestuose nelle quali uno o entrambi i genitori sono stati vittime a loro volta, altre ricerche sembrano confermare l'iporesi di un rapporto generazionale “vittima che produce vittima dell’incesto” ( Rosenfeld, 1979).

In molte ricerche che hanno studiato l’attendibilità di tale ipotesi si è ricorso, oltre che ai normali colloqui psichiatrici, anche alla somministrazione del Questionario dello stress sessuale, allo scopo di ottenere informazioni relative ad eventuali esperienze sessuali subite nell`infanzia.

Alcuni autori, tra i quali Groth, (1979), sostengono che i colpevoli di abusi sessuali contro i bambini siano stati loro stessi abusati durante l'infanzia Garland e Dougher (1990) coniano per questa nozione il termine"teoria dell'abusato abusatore". I reati dell'aggressore adulto possono essere in parte una ripetizione ed un riflesso di una aggressione sessuale che egli ha subito da bambino, un tentativo distorto di dare uno sbocco a traumi sessuali precoci irrisolti. Possiamo osservare infatti come alcune aggressioni sembrano talvolta ripetere gli aspetti della vittimizzazione da loro subita; e cioè l'età della vittima, i tipi di atti compiuti e così via.

Questa teoria si fondava originariamente su una doppia spiegazione teorica di impronta psicodinamica: il soggetto adulto replica la vittimizzazione subita da bambino, secondo le medesime modalità patite allora; una volta adulto ottiene il trionfo proprio in ciò in cui da bambino era stato vittima: l'atto perverso è "odio erotizzato", un atto di vendetta mediante cui il passato è cancellato e trasformato in piacere e vittoria. Le vittime di abuso sessuale infantile, dunque agirebbero sessualmente ed aggressivamente per ridurre gli affetti dolorosi e le sensazioni, provati più volte in occasione del trauma precedente, oltre che per superare il senso di impotenza, l'immagine di sé negativa, la perdita di fiducia negli altri ed il timore di pericolo incombente, che costituiscono gli altri aspetti post-traumatici legati all'abuso sessuale. Groth afferma che la motivazione di base, che spinge l'abusatore ad agire, non è di natura sessuale, ma comporta l'espressione di bisogni non sessuali e di aspetti esistenziali non risolti; l'abuso è quindi un "atto pseudosessuale", al servizio di bisogni non sessuali". (Petruccelli, Pedata, 2008)

 

 

Wyre (1990) ritiene che i pedofili siano degli abili manipolatori e che la loro capacità di minimizzare le trasgressioni e di attribuire agli altri la colpa del loro comportamento abbia l'effetto di liberare le inibizioni riguardo alle proprie preferenze sessuali. Usualmente, infatti, i pedofili tendono a raffigurare l'abuso come un incidente o come qualcosa di desiderato dal bambino; possono anche chiamare in causa stress psicosociali come la disoccupazione, la disgregazione famigliare, gli intensi ritmi di lavoro ed il rifiuto di rapporti sessuali da parte delle mogli, per giustificare e nascondere la loro attrazione sessuale nei confronti dei bambini. Anche altri autori ritengono che le distorsioni del pensiero svolgano un ruolo determinante nel causare l'abuso; cambiare tali modi anormali di pensare è considerato. quindi, l'obiettivo principale di molte terapie. I pedofili, a causa di questi processi di pensiero distorti, sono portati ad interpretare come sessuali i comportamenti delle loro vittime; questo permette di giustificare il loro comportamento agli occhi di se stessi e degli altri (Howitt, 1995). Durante l’aggressione sessuale, inoltre, essi tendono a considerare la mancanza di una risposta chiara da parte della vittima come la prova che essa non è angosciata e che stia provando piacere (Marshall, Anderson, Fernandez, 1999). Wright e Schneider (1997), studiando le fantasie degli aggressori sessuali, hanno notato che esse contenevano elementi che dipingevano le vittime come accondiscendenti e provocanti. Secondo questi autori tali fantasie condizionano il modo di vedere e di interpretare la realtà, andando a rafforzare le opinioni distorte sul mondo reale.

A tal proposito Blumental, Gudjonssone e Burns, (1999), focalizzarono l’attenzione su sulle distorsioni cognitive e sull’attribuzione di colpa dei sex offenders, uno studio pubblicato sulla rivista Child Abuse e Neglect. L’ipotesi era che le distorsioni cognitive supportano l’abuso e l’attribuzione di colpa. In breve la tendenza degli autori di abusi sessuali di attribuire la colpa dei loro comportamenti a fattori sociali o provocazioni della vittima. I risultati indicano che gli abusatori di bambini sono supportati da più distorsioni cognitive nei loro atti devianti.

Anche altri ricercatori (Bumby l996; Hanson, Gizzarelli e Scott, 1994; Hayashino, Wurtele e Klebe, 1995; ) hanno messo in luce la presenza di distorsioni cognitive nei molestatori di bambini: alcuni di essi pensano che i bambini desiderino il sesso con gli adulti e che siano obbligati a fare quello che desiderano quest' ultimi. Karl Hanson (1994) si è largamente occupato degli abusatori sessuali, prestando particolare attenzione all’aspetto delle distorsioni cognitive. In particolare in una sua ricerca ha tentato di identificare le specifiche distorsioni cognitive che potrebbero essere correlate con gli abusi messi in atto da individui autori di incesto. I risultati indicano che gli abusatori incestuosi di questo studio hanno credenze più devianti rispetto al gruppo di controllo; essi percepiscono i bambini come sessualmente attrattivi e motivati, minimizzano il danno causato dall’abuso sessuale di bambini, legittimando l’abuso.

Questo risultato sostiene una visione degli abusatori incestuosi come narcisisti, uomini che credono che i loro istinti sessuali debbano essere soddisfatti indipendentemente da tutto. Tale sistema egocentrico potrebbe evitare loro di sviluppare un adeguato autocontrollo quando sono sessualmente eccitati.

Hartley (1998), ricorrendo a delle interviste, ha dimostrato che alcuni aggressori incestuosi ritenevano di non aver fatto del vero sesso, in quanto non avevano avuto un rapporto sessuale con il bambino, mentre altri pensavano che fosse loro diritto fare del sesso con i propri figli; Inoltre, la distorsione potrebbe essere una manipolazione successiva, una razionalizzazione post-evento che non ha niente a che vedere con le radici della trasgressione. È difficile, infatti, determinate se e quando le distorsioni rappresentano delle deliberate e consce distorsioni di informazioni o esprimono invece percezioni errate inconsce.

Il termine distorsioni cognitive fa riferimento alle credenze sui bambini, sul mondo, e su se stessi che permettono agli abusatori sessuali di facilitare e mantenere il comportamento abusante. Il modello di Ward Gannon e Keown (2006) rappresenta un rilevante tentativo di spiegare tale meccanismo.

Tale modello spiega le distorsioni cognitive a diversi livelli di analisi, assumendo che esse abbiano origine dalla combinazione di:

  • credenze;
  • valori e scopi a essi associati;
  • azioni.

Le credenze funzionano come mappe cognitive che rappresentano gli aspetti rilevanti del mondo e i valori forniscono obbiettivi che guidano gli individui alla realizzazione dei risultati desiderati tramite le proprie azioni. Credenze, valori e azioni interagiscono in maniera dinamica per aiutare gli individui a prendere decisioni e a risolvere i problemi posti all’ambiente.

In breve, gli autori ipotizzano che le distorsioni cognitive siano il risultato di differenti combinazioni di credenze, valori e azioni. Ciascuno di questi tre fattori è il risultato di giudizi di vario tipo: ciò che è considerato vero, ciò che è considerato come degno di valore e quello che – secondo l’individuo – è il miglior modo di agire.

Le distorsioni cognitive possono riflettere sottostanti valori o credenze problematiche o essere il risultato di conclusioni errate derivante da un ragionamento approssimativo.

 

Howells (1981) ritiene che l’origine della pedofilia possa rintracciarsi nelle precoci esperienze sessuali tra bambini. Secondo questo autore le attività sessuali tra bambini sono piuttosto frequenti; può dunque accadere che un bambino, arrivato alla pubertà, sperimenti eccitazione sessuale nei confronti di un compagno di età analoga ma prepubere; in questo modo è possibile che l'eccitazione sessuale venga associata con l’immaturità somatici, producendo un orientamento sessuale stabile nei confronti dei bambini, che si mantiene fino ad età adulta. Howells ritiene che il rifiuto di un coetaneo, l'ostilità dei genitori, problemi nel relazionarsi con gli adulti possano agire come punizioni producendo nell’adolescente un'avversione per la sessualità orientata verso l'adulto ed una conseguente incapacità ad uscire dalla propria pedofilia (Hollin Howells 1991). Si tratterebbe, quindi, di un classico processo di condizionamento.

Anche per McGuìre et al. (1965) le prime esperienze sessuali sono di fondamentale importanza: tali esperienze forniscono al bambino o ad un giovane senza esperienza le basi per successive fantasie masturbatorie. L’associazione di eccitazione sessuale e di immagini di fantasia, entrambe collegate alla masturbazione, sono ritenute la causa del consolidarsi di una preferenza sessuale deviante.

Tale teoria, che considera il comportamento pedofilo come risultato di un processo di apprendimento, non spiega perché la riduzione dell’eccitamento sessuale deviante non è correlata con la diminuzione della recidiva (Quinscy 1983). Rice, Quinsey e Harris (1991) hanno notato che, alla fine di un trattamento che aveva come componente principale la riduzione dell’eccitazione sessuale deviante, gli indici fallometrici di un gruppo di molestatori di bambini non erano correlati alla recidiva .

Analogamente, Marshall e Barbaree (1988) hanno riscontrato che l’eccitazione sessuale deviante poteva essere modificata dal trattamento ma i cambiamenti ottenuti non erano correlati con la recidività.

Secondo l'approccio sociologico la pedofilia rappresenta un fenomeno naturale, mentre la sua definizione e i suoi limiti sono culturali e pertanto variabili (Capri, 1999). Gli abusi sessuali sui bambini sono, infatti. sempre esistiti; ciò che cambia nella nostra epoca e nella nostra società è il sentimento dell'infanzia, ossia la consapevolezza che questo stadio della vita sia di fondamentale importanza per lo sviluppo dell'individuo. Da qui nasce la necessità di tutelare, sia da parte della famiglia che della società, i diritti dei bambini, considerati delle persone a tutti gli effetti con dei bisogni e delle esigenze fondamentali da appagare per un equilibrato sviluppo della personalità (Moro, l989). Anche se negli ultimi decenni si è registrato un crescente riconoscimento sul piano culturale e giuridico dei diritti dei minori, d'altro canto la crisi della morale tradizionale, il relativismo dei valori, il permissivismo sessuale e le esigenze del profitto e del mercato costituiscono nuovi fattori che facilitano il perpetuarsi dello sfruttamento sessuale dei bambini (Roccia, Foti, l994).

La pubblicità, per esempio, propone come stimoli erotici preadolescenti e bambini andando cosi ad amplificare la tendenza, da sempre radicata nell’immaginario erotico collettivo (soprattutto maschile), a privilegiare il corpo giovane (Pasini, Crepault, 1988).

Lo sviluppo della pedofilia è stato, inoltre, messo in collegamento da alcuni autori con il processo di emancipazione della donna: le donne occidentali sono sempre più indipendenti e capaci di autodeterminarsi e questo produrrebbe in alcuni uomini ansie di inadeguatezza sessuale. La libertà e la possibilità decisionale conquistate dalle donne sono fattori che hanno messo in crisi il tradizionale ruolo maschile. La perdita di potere e di centralità all'interno della relazione eterosessuale adulta e compensata nel rapporto con i bambini, la cui vulnerabilità e fragilità costituiscono per il pedofilo una forte attrattiva; con essi, infatti, egli può condurre il gioco da una posizione di forza e sentire di avere il controllo della situazione.

Altri autori hanno collegato l'espansione della pedofilia con la diffusione dell'AlDS e con le conseguenti angosce di morte; angosce che il pedofilo cercherebbe di superate attraverso il rapporto con un partner infantile ritenuto a minor rischio di contagio (Roccia e Foti, l994).

Il modello della precondizione o dei 4 fattori

Naturalmente, molte altre sono le teorie volte a trovare una spiegazione nella genesi della pedofilia tuttavia, recentemente, alcuni autori (Araii e Finltelhor, l985,1986) hanno sottolineato quanto ciascuna di esse tenti o riesca a spiegare solo ed esclusivamente alcuni singoli fattori del comportamento pedofilo, senza pervenire ad un modello o ad una spiegazione globale. La maggior parte di tali teorie parziali risultano, perciò, inadeguate e insoddisfacenti nello spiegare la varietà delle cause della pedofilia.

Ciò di cui si necessita è una nuova teoria più complessa e articolata che integri differenti fattorie motivazioni. Una delle spiegazioni della pedofilia più completa e condivisa è il modello della precondizione. Si tratta di una teoria che classifica fattori che caratterizzano i trasgressori e le circostanze che conducono al reato. Nel definire il loro approccio, Araji e Finltelhor hanno esaminato la ricerca empirica relativa alla spiegazione della pedofilia, classificandola in 4 tipi base:

Congruenza emotiva: Si tratta di un fattore volto a mettere in luce quanto spesso nei pedofili vi sia una immaturità, una scarsa stima di sé e un senso di inferiorità tale da impedire loro un adeguato sviluppo di relazioni sessuali e sociali adulte. Relazionarsi ad un bambino è "congruo" perché dà a questi adulti una sensazione di potere, onnipotenza e controllo (Hammer e Glueclt. 1957). Allo stesso modo, la relazione con il bambino aiuta il pedofilo a superare il senso di vergogna, umiliazione e poco potere che egli ha provato da bambino nelle mani dell'adulto abusatore (Howells, 1981). Secondo altri autori (Hammer e Glueek, 1957), nei pedofili è riscontrabile un arresto dello sviluppo psicologico. Avendo vissuto esperienze di abuso sessuale da bambini. I pedofili avvertono e “sentono” emotivamente come i bambini, desiderando contatti sessuali con quest'ultimi.

Stimolazione sessuale: Freud, nel suo concetto di attrazione sessuale polimorfa, ha sostenuto che nel corso dello sviluppo tutte le persone provano attrazione sessuale per i bambini ma se ne allontanano a causa di condizionamenti sociali e repressioni. Gli interessi sessuali devianti potrebbero essere dovuti, dunque, all'abuso sessuale subito nell’infanzia che avrebbe condizionato l'eccitazione sessuale nei confronti dei bambini e fornito un modello comportamentale sessualmente deviante. Anche altri fattori, come le anormalità ormonali e l'interpretazione errata, da parte dei pedofili, dell’eccitazione fisiologica come eccitazione sessuale, sono chiamati in causa per spiegare il comportamento pedofilo.

Blocco: In particolare gli Autori hanno individuato vari fattori per rispondere a questi interrogativi:

  • Difficoltà a relazionarsi con femmine adulte;
  • Carenza di abilità sociali;
  • Ansia riguardo alle questioni sessuali;
  • Dinamiche edipiche non risolte;
  • Disturbi nelle relazioni romantico-sessuali con adulti;
  • Norme repressive riguardo al comportamento sessuale.

Si tratta di una serie di fattori emergenti da ricerche in cui si suppone che uno sviluppo normale delle preferenze sessuali porti un soggetto a ricercare il soddisfacimento sessuale in un partner della stessa età. Per alcune ragioni, nella pedofilia queste normali tendenze sono inibire e l'interesse sessuale viene rivolto ai bambini.

Secondo alcune teorie, i pedofili avrebbero sperimentato un conflitto intenso con le loro madri e la successiva “ansia da castrazione" renderebbe impossibile una relazione con donne adulte (Fenichel, l945); in altri casi, uomini che scoprono un’ impotenza sessuale o sperimentano l'abbandono del loro primo amore, potrebbero associare la sessualità adulta al dolore e alla frustrazione.

Disinibizione: Secondo alcuni autori (Gebhard et al., 1965) i pedofili avrebbero uno scarso controllo dell'impulso. Inoltre, fattori come la senilità, i danneggiamenti neurologici, l’alcolismo e le psicosi, causando una disinibizione del soggetto, contribuirebbero alla genesi di atteggiamenti pedofili

I fattori eziologici dell’autore di abuso sessuale

Sono presenti pochi studi sulla eziologia del disturbo. Come afferma Creeden (2004) una varietà di fattori sono stati suggeriti come contribuenti o causali per spiegare le origini dei comportamenti sessualmente abusanti. Mentre un certo numero hanno modificato la loro importanza nel tempo, alcune variabili sembrano continuare ad essere considerate fondamentali per comprendere l’eziologia delle molestie sessuali: a) la presenza, nell’infanzia, di qualche forma di trauma; b) il deficit che i molestatori sembrano manifestare nello sperimentare intimità, competenza sociale ed empatia. Dal suo punto di vista questi deficit possono essere compresi come un deficit sperimentato nelle relazioni di attaccamento.

Anche Marshall & Marshall (2000) suggeriscono che l’origine dell’abuso sessuale vada ricercato nelle esperienze di attaccamento con i propri genitori. Essi assumono che queste relazioni incrementino il rischio che i molestatori vengano abusati sessualmente e divengano ossessionati dal sesso, siano a meno agio nelle relazioni e utilizzino con più probabilità il sesso come meccanismo di coping per gestire lo stress nella loro vita.

Anche Hudson e Ward (2000) sostengono che, le difficoltà che i molestatori sperimentano nell’intimità, nell’empatia, nelle abilità sociali e nelle distorsioni cognitive, possono essere comprese come la conseguenza di relazioni di attaccamento distorte e disfunzionali. Questa visione è suffragata dalle ricerche di Webster e Beech (2000) e Fernandez e Marshall (2003) i quali hanno suggerito che, quello che precedentemente veniva definito come una mancanza di empatia nei molestatori, può essere più accuratamente definito come una mancanza di integrazione tra risposte affettive e cognitive, piuttosto che come un’incapacità di risposte emotive nei confronti degli altri.

Al fine di comprendere i comportamenti d’abuso abbiamo quindi bisogno di analizzare il contesto della relazione d’attaccamento. Di fondamentale importanza è anche analizzare l’impatto neurologico del trauma e della rottura dell’attaccamento.

Molti degli studi presenti mancano di campioni rappresentativi a causa dell’eterogeneità di reati degli autori sessuali, mancano gruppi di controllo e di sufficienti analisi statistiche dei dati. Occorre prendere in considerazione una molteplicità di fattori, anche in funzione del fatto che non esiste un’unica tipologia di fenomeni.

Fattori personali :Uno dei fattori preso in esame riguarda le fantasie compulsive. Alcuni studi mostrano l’esistenza di una relazione tra fantasie e comportamenti sessualmente devianti (Marshall, Abel e Quinsey, 1983).

Abel (1974) in particolare sostiene che la fantasia sessuale sia un precursore del comportamento sessuale deviante. La presenza o l’assenza di fantasie sessuali compulsive può costituire un fattore discriminate nel distinguere le tipologie di abusatori sessuali (Prentky 1989).

Capacità empatica:gli abusatori possono percepire accuratamente lo stato delle vittime e rispondere loro emotivamente ma possono scegliere di gestire tali emozioni in modo da provocare un aumento della loro violenza. Possono anche provare godimento dal’accurata percezione della sofferenza delle loro vittime. Ma gli abusatori potrebbero essere deficitari in una o più componenti del costrutto di empatia, potendo verificarsi generalizzati o specifici , stabili o situazionali.

Esperienze pregresse ci sono numerose evidenze secondo le quali gli autori di abusi sessuali hanno vissuto precoci relazioni interpersonali deficitarie. Marshall (1993, 1996) ha elaborato una ricerca integrata sulla teoria dell’attaccamento , deficit nell’intimità e aggressioni sessuali. L’autore ritiene che una relazione intima contrasta lo stress e il disagio psicologico favorendo una maggiore stima di se, invece l’assenza o il fallimento di tale relazione provoca ostilità e comportamenti aggressivi (Petruccelli e Pedata, 2008) .

Fattori situazionali:l’abuso sessuale sarebbe facilitato da esperienze inadeguate di socializzazione forme inappropriate di punizione abuso e trascuratezza (Barbaree e Marshall, 1984).

Vanno presi in considerazione elementi di tipo socioculturale, quali la miseria l’isolamento, la disoccupazione, la mancanza di un alloggio, la povertà culturale (Cirillo e Di Blasio, 1998).

Altro fattore eziologico è la storia individuale: Cirillo e Di Blasio (1998) parlano di “ciclo ripetitivo dell’abuso, per il quale essere stati esposti da bambini maltrattamenti rende più probabile il ricorso da adulti a comportamenti violenti verso i loro figli”.

Montecchi (1994) ha rilevato in una ricerca ha rilevato la presenza di sintomi psicopatologici nel 81% delle madri abusanti, nel 61% dei padri abusanti e nel 76% dei bambini abusati.

Inoltre In uno studio realizzato su 473 soggetti pedofili, la pedofilia presentava significative correlazioni negative con il QI e la memoria ossia la capacità di recuperare informazioni in modo immediato o ritardato. Questi risultati suggeriscono che la pedofilia può essere legata a precoci perturbazioni neurobiologiche (Cantor et al, 2004).

Secondo diversi autori eventi traumatici precoci come abusi sessuali o fisici produrrebbero alterazioni neurobiologiche che comprometterebbero la capacità di controllare e modulare affetti intensi, in particolare l’aggressività (Van der Kolk, 2003).

L’aggressione sessuale risulta essere determinata dalla convergenza di più fattori di rischio. Tale concetto trova sempre più spazio nella letteratura e nel lavoro empirico tanto che oggi si parla di multifattorialità nella determinazione del comportamento sessuale aggressivo.

La comprensione del comportamento sessuale abusante passa attraverso una digressione sulla natura dell’aggressività che costituisce, insieme alla sessualità, al narcisismo e alle influenze culturali la matrice all’interno della quale si sviluppa il comportamento d’abuso.

Con il termine aggressività si intende “la disposizione intenzionale, consapevole o inconsapevole, a un comportamento lesivo (o potenzialmente lesivo), sotto il profilo fisico o psicologico, diretto a persone, animali o cose, tale da essere – salvo casi particolari – avversato dalle persone o animali che ne sono l’oggetto, e condotto al fine di difendere o preservare l’integrità fisica o psicologica di sé (o del proprio gruppo), o al fine di affermare la supremazia fisica o psicologica propria (o del proprio gruppo) (Fornaro, 2004).

Le teorie monofattoriali dell’aggressività, che hanno caratterizzato alcuni momenti storici, hanno attribuito la cause a fattori biologico-genetici, psicologico-caratteriali, oppure a cause sociologico-ambientali, stanno oggi lasciando il campo ad un accordo sul carattere multifattoriale del comportamento aggressivo. I recenti modelli teorici multifattoriali hanno dato peso diverso ai fattori biologici, psicologici e sociologici e hanno tentato in vario modo di definire l’interazione nelle differenti fasi di sviluppo del comportamento sessuale aggressivo.

All’interno di questa complessità, la ricerca empirica ha individuato nel consumo di bevande alcoliche un fattore di rischio o fattore scatenante. L’alcol infatti è presente in modo trasversale in tutti i comportamenti sessuali aggressivi, dallo stupro alla violenza di gruppo, dalla pedofilia all’abuso agito all’interno delle mura domestiche. Il modello proposto da Beech nel 2004 per spiegare il ruolo della multifattorialità e della loro concorrenza nel determinare il livello di rischio nella definizione del comportamento aggressivo, evidenzia come l’alcol costituisca un fattore “trigger” nello sviluppo di tale comportamento e contribuisca ad aumentarne il livello di rischio.

L’alcol, grazie alla sua azione disinibitoria, avrebbe infatti un ruolo scatenante sia nella messa in atto delle fantasie sessuali devianti, sia nel superamento delle difficoltà nella gestione dell’intimità all’interno del rapporto interpersonale che caratterizza l’aggressore sessuale. L’alcol inoltre funge da sollecitatore di modelli di comportamento appresi per la gestione dei conflitti, per la modulazione del tono dell’umore e delle difficoltà nei rapporti interpersonali in generale.

L’alcol pertanto svolge un ruolo importante nel sostenere l’azione aggressiva, così come nella fase successiva all’aggressione sessuale in quanto contribuisce a sedare il senso di colpa. Lo stato di ubriachezza poi viene riportata spesso dall’aggressore sessuale come giustificazione o minimizzazione della messa in atto del proprio comportamento d’abuso.

In riferimento alla dimensione del fenomeno occorre avvalerci di ricerche anglo-sassoni ed americane, contesti in cui il comportamento sessuale aggressivo è studiato da più anni e pertanto è meglio conosciuto nei suoi aspetti epidemiologici. Negli Stati Uniti, le aggressioni sessuali sono un crimine in vertiginosa ascesa e circa il 7% della totalità dei crimini è di natura sessuale (Hampton, 1995).

Altre ricerche riferiscono che l’assunzione di bevande alcoliche è presente nel 37% delle aggressioni non sessuali e nel 60 % delle aggressioni sessuali. Inoltre indagini svolte sulla popolazione carceraria hanno indicato che l’alcol rappresenta un fattore determinante nel commettere atti criminali.

 

 Dott.ssa Pina Annunziata